UTERO IN “AFFITTO” E TUTELA DEL MINORE

Come è noto la legge 40/2004 sulla procreazione assistita non consente che venga riconosciuto nello Stato italiano il provvedimento straniero che inserisce il genitore che lo ha commissionato ( genitore d’intenzione) nell’atto di nascita del minore procreato con il c.d. utero in affitto( maternità surrogata).
La questione, di recente rimessa all’esame della Corte Costituzionale è quella dello stato civile dei bambini nati con la pratica della maternità surrogata, per l’appunto vietata dall’ordinamento italiano.
In particolare, è discusso il riconoscimento giuridico del legame del bambino con il genitore non biologico o “genitore d’intenzione”, cioè con chi ha voluto e condiviso il progetto genitoriale senza aver dato i propri geni.

PERCHÉ È STATO NECESSARIO L’INTERVENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE?
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 12193/2019 hanno escluso che lo Stato italiano possa riconoscere un provvedimento straniero che dichiari il rapporto di filiazione tra il bambino nato con “maternità surrogata” e il genitore che “lo ha commissionato”, perché contrario a ragioni di ordine pubblico: proprio perché in Italia è punita la pratica della c.d. surrogazione di maternità.
Con la sentenza n. 33 del 2021, attraverso un lungo iter argomentativo, la Corte costituzionale, pur confermando la posizione delle Sezioni Unite della Cassazione sulla contrarietà all’ordine pubblico del c.d utero in affitto, ha posto un principio importante di tutela del minore nato all’estero proprio con questa pratica e ha fatto rilevare l’interesse al riconoscimento del legame giuridico anche con il genitore non biologico.
Sotto questo profilo, la Corte Costituzionale in linea con le autorità sovranazionali, ritiene che questa forma di tutela possa essere riconosciuta, eventualmente ricorrendo ad un procedimento di adozione effettivo e celere che il nostro ordinamento già consente attraverso la procedura di adozione in casi particolari (art. 44 comma 1 lett. d della Legge 184/83. La Corte però esclude che la predetta procedura sia adeguata a realizzare l’interesse del minore, in quanto essa non attribuisce la genitorialità all’adottante, ed appare dubbio che sia in grado di costituire vincoli di parentela con nonni zii, fratelli e sorelle.

Anche l’avvocatura per i diritti LGBTIQ ha sottolineato la necessità di distinguere tra divieto di surrogazione di maternità e tutela del nato a seguito del ricorso a tale pratica.
Dalla giurisprudenza costituzionale si trae in sostanza il principio per cui, «al di là delle scelte che i genitori possono compiere anche in violazione della legge italiana, l’interesse primario da salvaguardare deve rimanere quello del nato al riconoscimento formale del proprio status di figlio , elemento costitutivo della sua identità personale protetta sia livello nazionale che sovranazionale.
La Corte Costituzionale ha quindi affermato che il divieto della gestazione per altri non impedisce al giudice di valutare nel singolo caso la sussistenza dell’interesse del minore a mantenere il proprio status nei confronti del genitore che non vanti con esso alcun legame biologico anche perché la legge n. 40 del 2004( sulla procreazione assistita) pur vietando la surrogazione di maternità, nulla dispone quanto alle conseguenze per il nato da tale pratica.
La Corte, dichiarando quindi inammissibile la questione di legittimità costituzionale, ha quindi invitato il legislatore a disciplinare un procedimento di adozione idoneo a realizzare l’interesse del minore nato all’estero, da maternità surrogata, al legame di filiazione con il genitore non biologico.

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