Gli illeciti endofamiliari e la condotta professionale dell’avvocato

Nel corso dell’evento formativo, tenutosi a Roma gli scorsi 7 e 8 giugno nella cornice della sala della Protomoteca del Campidoglio, è stato correttamente posto l’accento sulla PAS quale situazione fenomenologica che, sebbene priva dei requisiti di scientificità, non va tuttavia trascurata e che anzi, alla luce delle plurime sentenze dei tribunali di merito e di legittimità comincia ad essere opportunamente valorizzata.

In quella sede il nostro Presidente Gian Ettore GASSANI nonché colleghi, psicologi, giornalisti e assistenti sociali, hanno convenuto su un punto fondamentale la non trascurabilità della fenomenologia alienante e la adeguata condotta deontologica dell’avvocato matrimonialista che venga in contatto con dette problematiche.
Detto ultimo punto è stato sviscerato in ogni sua forma, per censurare comportamenti contrari, più che strettamente alla deontologia, all’etica professionale che dovrebbe incarnare ogni avvocato ma ancor più l’avvocato matrimonialista.

Un’adeguata condotta

È stato detto infatti e ribadito in quel di Roma che come diceva Jemolo, il diritto deve solo lambire quelle isole di sentimenti che sono le famiglie e i rapporti in essa radicati con il tempo e, perché questo non rimanga un brocardo destinato ad affollare i classici da biblioteca, è necessario che il legale parta dalla insufficienza propria e degli strumenti di cui dispone per cucire le ferite che i dissidi familiari generano, rinunciando alle mire di protagonismo generate dal rivestire ciecamente le vesti di alfiere del diritto del proprio assistito.

Egli in altre parole non deve mai smarrire il c.d. best interest, che nel diritto di famiglia coincide con il benessere psicofisico del minore e l’interesse dello stesso ad una crescita sana e ed equilibrata. E che questo convincimento debba stare alla base del nostro codice etico è un dato che non deve mai abbandonarci per evitare che, finito il seminario di studi, la tavola rotonda o il momento formativo, dall’alto degli scranni da relatore, si torni alle proprie scrivanie impugnando scudo e lancia.

In equilibrio tra doveri

Il rapporto fiduciario che nel tempo si costruisce tra professionista e cliente si inscrive infatti nel codice deontologico (l’art. 10 prescrive infatti il dovere di fedeltà sanzionato anche con una norma penale quale l’art. 380 c.p.) ma si pone certamente in potenziale ed apparente contrasto con altri doveri previsti dal codice deontologico, quale quello di indipendenza (art. 9) e quello di autonomia.
È proprio nell’equilibrio tra questi doveri che è possibile individuare il comportamento professionale più adeguato rispetto alle esigenze complessive poste da una causa di diritto di famiglia.

I nostri principi

La nostra associazione ha fatto di questi principi il proprio caposaldo costituendo un codice etico, ricco certamente di contenuti che orientano l’attività professionale dell’avvocato in tal senso.

Ma la domanda è: siamo sicuri di mettere questi principi in pratica tutte le volte che assistiamo un cliente nuovo?

È importante che gli avvocati impegnati in una causa di diritto di famiglia sappiano mantenere sempre alta la capacità di ridefinizione delle richieste del proprio cliente. Essi partecipano alla giurisdizione, vigilano sulla conformità delle leggi ai principi della Costituzione e dell’Ordinamento dell’Unione Europea e sul rispetto dei medesimi principi, nonché di quelli della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, di cui si parla all’art. 1 del codice deontologico.
Un antico brocardo recita: “Processus est actus trium personarum” stando proprio a significare che tre sono gli attori principali, il giudice e le due parti in contesa. Ebbene detta funzione va al di là di quella tradizionale di “esperti”. La capacità di ridefinizione è la capacità di valutazione della plausibilità e della congruità di una domanda rispetto al contesto familiare ridisegnatosi nonché a quello giuridico e giudiziario in cui deve essere proposta, tutti elementi che vanno colorati dalla necessaria sensibilità richiesta dal bene della vita da tutelare nel caso di specie.

Reinterpretare i legami, non distruggerli

E’ necessario che nelle cause di diritto di famiglia gli avvocati tengano in massima considerazione gli affetti familiari; l’obiettivo è armonizzare e reinterpretare i legami, non distruggerli.
Per far ciò è necessario che si imponga la necessità di dare preminenza alla difesa del minore, eventualmente motivando il cliente in tal senso attraverso un processo educativo solo apparentemente di competenza di altre figure professionali. Ruolo di equidistanza cui egli è tenuto e a cui lo stesso è chiamato ad attingere tutte le volte che le istanze della parte, a suo insindacabile parere, debbano retrocedere di fronte alle stringenti e ben più importanti esigenze di difesa dell’integrità del minore.

Ricordo quando agli albori della professione un assistito, in sede di conferimento dell’incarico, mi ammonì dicendomi che quella che ci apprestavamo a iniziare avrebbe dovuto essere la separazione più sanguinosa mai annoverata tra i miei casi di studio, e che non esitai a rispondergli che la mia etica mi avrebbe impedito simili tecniche di aggressione, ma che tuttavia avremmo potuto imbastire un dialogo costruttivo con la ex partner.

Per converso ricordo di essermi imbattuta in colleghi, privi della competenza richiesta in questo settore al di là della specialistica formalmente conseguita che, in presenza di una madre che aveva dato un ceffone alla figlia convivente, agitava lo spettro della denuncia per percosse. Il prodotto immediato di tale dissennato esercizio della professione era una genitrice isolata nella scelta educativa e dibattuta, tra il rinunciare ad essa per paura di essere additata come madre violenta e il perseverare sulla stessa strada con il rischio di rimanere vittima di alienazione parentale.

Un’avvocatura sana

Ecco: quel che dovrebbe essere l’obbiettivo di ogni avvocato, anche se può apparire di forte impatto, è avere la forza di dire di no ad una difesa nella quale non ci si riconosca, nella quale sbiadiscano d’un colpo principi e valori conquistatati nel tempo e che ci caratterizzino al punto da non riconoscerci più nella toga, che la professionalità raggiunta ha ricamato su di noi.
Un’avvocatura che voglia dirsi sana deve saper dire di no, soprattutto a quei comportamenti generatori di illeciti endofamiliari.
Uno dei problemi che spesso ci ritroviamo a dovere affrontare e risolvere è ad es. la separazione con minori che non abbiano superato i 3 anni e la richiesta di pernottamento da parte del genitore non collocatario. Sul punto vi sono certamente alcuni punti fermi sui quali avvocati e psicologi concordano, e cioè che il minore di anni 3 è ancor in un’epoca della sua esistenza in cui il cordone ombelicale che lo legava alla madre, sebbene reciso fisicamente, è ancora virtualmente esistente.

La mamma ha vissuto il figlio come una sua appendice fino a quel momento e l’aria respirata dal piccolo è ancora intrisa di latte materno.
Ora, le ostilità tipiche dei primi mesi di separazione inducono la madre ad acuire l’aspetto protezionistico, con la conseguenza di arrivare a negare il figlio al padre nei casi peggiori anche durante il giorno, nei casi migliori solo per il pernottamento. Momento quest’ultimo vissuto in alcuni casi dalla madre come una penitenza inflitta a sé e al figlio nei giorni assegnati all’altro come regime di visita. Qui si agitano le ragioni più disparate: dall’argomento classico che il minore è ancora troppo piccolo per potere vivere la separazione dal letto materno (fatto il più delle volte generatore della stessa separazione), al più originale che il minore sta per abbandonare il ciuccio e versa in un momento di particolare bisogno di coccole materne.

Come nelle commedie di Pirandello

Ora al di là delle ragioni che di volta in volta ispirino i Presidenti dei Tribunali a negare o a concedere il pernottamento – non è questo l’oggetto di questa trattazione- ciò che qui ci preme ancora una volta rimarcare è il ruolo sempre presente dell’avvocato matrimonialista il cui atteggiamento – dispiace rimarcarlo in questa sede – muta a seconda di chi sia di volta in volta il cliente che assiste. Sarebbe troppo semplicistico affermare che tutto ciò rientra nel diritto di difesa del proprio cliente, perché in realtà tutto ciò collide contro quell’etica professionale e quegli ideali di libertà di cui abbiamo parlato.

In altre parole, si assiste al classico da commedia pirandelliana, in cui basta cambiare ruolo perché si invochino principi, prima contestati, quando l’assistito stava dall’altra parte in un dinamismo che di giuridico ha poco, se l’interesse del minore – che è l’obbiettivo del nostro ordinamento – viene metodicamente calpestato per far posto al gioco delle parti.

Non v’è chi non veda come un simile modo di esercitare la professione è certamente poco meritorio!
Non v’è dubbio che spesso esistono terre di mezzo che necessitano di indagini approfondite che non possono esaurirsi nella disamina svolta, ma è altrettanto vero che quotidianamente ci troviamo spesso di fronte a queste derive in cui l’attività del professionista, oltre un certo limite segnato dal diritto di difesa, possa condurre a forme di complicità sul terreno dell’illecito endofamiliare.
Ecco un’avvocatura veramente libera e indipendente deve ripudiare queste forme di attività defensionale che minano quella parte del sistema giustizia di cui essa stessa costituisce l’architrave.

Perché, come diceva Calamandrei : “ Solo là dove gli avvocati sono indipendenti, i giudici possono essere imparziali; solo là dove gli avvocati sono rispettati, sono onorati i giudici; e dove si scredita l’avvocatura, colpita per prima è la dignità dei magistrati, e resa assai più difficile ed angosciosa la loro missione di giustizia.”

Avv. Rosaria Petrolà
(socio AMI Palermo)

Nuovo codice etico AMI
Art. 2 – Ascolto del minore

Ogni avvocato dell’AMI riconosce e garantisce il diritto del minore ad essere ascoltato, secondo le convenzioni internazionali, le norme giuridiche vigenti e i protocolli adottati dai Tribunali, in tutte le procedure che lo riguardano.
A tal proposito ogni socio dell’AMI, indipendentemente dalla parte che assiste e difende, deve sensibilizzare il proprio assistito a tenere conto delle libere scelte e aspirazioni della prole, prevenendo ogni strumentalizzazione o manipolazione in danno del minore al fine di estromettere ingiustamente l’altro genitore dalla vita dei figli e viceversa.
L’avvocato dell’AMI non deve avallare acriticamente le tesi del proprio assistito specie se esse risultano palesemente in contrasto con i diritti dei minori coinvolti in qualsivoglia giudizio che li riguarda. Laddove l’assistito non dovesse adeguarsi al diritto/dovere del difensore di scegliere la migliore strategia per i figli, l’avvocato dell’AMI deve rinunciare al mandato, nelle forme e termini di legge, per salvaguardare il prestigio del ruolo del difensore.

“La carta dei diritti dei figli”

 Consulta online o scarica la “Carta dei diritti del figli nella separazione dei genitori”.

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