Assegno divorzile: come si calcola alla luce delle ultime sentenze della Cassazione a sezioni unite.

Come è noto, sciolto il matrimonio il diritto all’assegno di divorzio – previsto dalla L. n. 898 del 1970 come modificata dalla L. n. 74 del 1987, è regolato da due fattori condizionanti: se l’assegno divorzile spetti e, in caso positivo, come si calcola il nuovo assegno di mantenimento.

L’art. 5 della legge sul divorzio (legge 898/1970) stabilisce alcuni criteri

Va prima riconosciuta la mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, l’impossibilità dello stesso “di procurarseli per ragioni oggettive” tenuto conto:

  • delle condizioni dei coniugi;
  • delle ragioni della decisione;
  • del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;
  • del reddito di entrambi.

I suddetti elementi vanno valutati anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Il ruolo del magistrato

Sarà il magistrato a dover condurre un’indagine al fine di vagliare se l’assegno spetti al coniuge o meno. In ogni modo dal momento dell’entrata in vigore della legge sul divorzio si sono fatti strada due orientamenti.

Primo orientamento

Secondo un primo orientamento (espresso perfettamente dalla decisione della I Sezione civile della Corte di Cassazione n. 1322 del 17 marzo 1989) la condizione necessaria per affermare il diritto all’assegno – la cui natura risulta eminentemente assistenziale – è quella che il coniuge richiedente non abbia redditi adeguati.
Ciò significa che non possiede guadagni tali da consentirgli di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio.

Se dunque il giudice accerta l’adeguatezza dei mezzi del richiedente rigetta la domanda di assegno senza necessità di esaminare gli altri elementi indicati nella norma.

Tale orientamento, pur non negando che il divorzio ponesse fine al matrimonio, di fatto faceva in modo che esso sopravvivesse al divorzio, perché valutava l’adeguatezza delle condizioni economiche del coniuge richiedente l’assegno con riferimento al tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Secondo orientamento

Una seconda ricostruzione, invece, chiaramente sostenuta dalla sentenza della I Sezione civile della Corte di Cassazione n. 1652 del 2 marzo 1990, affermava che: poiché l’assegno di divorzio ha natura assistenziale, ai fini della sua attribuzione deve assumere valore decisivo l’autonomia economica del richiedente, nel senso che l’altro coniuge è tenuto ad “aiutarlo” solo se egli non è economicamente indipendente.

In base a questo secondo orientamento, quindi, la valutazione relativa all’adeguatezza dei mezzi economici del richiedente deve essere compiuta con riferimento non al tenore di vita da lui goduto durante il matrimonio, ma ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso.

La Sentenza Lamorgese

Il contrasto fu composto dalle pronunce delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione n. 11490 e n. 11492 del 1990 che, dovendo scegliere tra le due tesi, hanno optato per la prima.

Questa ricostruzione è stata recepita con successo da tutti i Tribunali d’Italia  e ha ricevuto persino la  conferma  della Corte Costituzionale con la sentenza n.11 dell’11.02.2015, fino alla recentissima sentenza della I sezione della Cassazione dello scorso 11 maggio 2017 n. 11504/2017 c.d., chiamata sentenza Lamorgese dal nome del suo estensore.
CLICCA QUI per leggere l’intero documento.

In detta sentenza – che ha sollevato questioni di genere – la I sezione della Cassazione discostandosi in modo drastico dal precedente orientamento, afferma che la nozione di “adeguatezza dei mezzi” rilevante al fine di ottenere il riconoscimento di un assegno divorzile, va vista non più con riferimento al tenore di vita tenuto dalla famiglia durante il matrimonio, ma esclusivamente all’autosufficienza economica del coniuge.

Il criterio dell’autosufficienza economica smentito dalla Cassazione a sezioni unite n.18827/2018

Il contrasto giurisprudenziale è stato superato dall’ultima sentenza della Suprema Corte a sezioni unite n.18287/2018.
CLICCA QUI
per leggerla.

In base a quest’ultima sentenza, il richiamo all’attualità, avvertito dalla sentenza della Cassazione n. 11504 del 2017 annulla in un colpo il principio di solidarietà, che sta alla base del calcolo dell’assegno di divorzile che impone di considerare i mezzi del richiedente e la sua incapacità di procurarseli per ragioni oggettive, alla luce della ripartizione dei ruoli che prima ciascun coniuge aveva all’interno della famiglia.

Ciò significa che se la rottura del vincolo matrimoniale ha determinato uno squilibrio economico patrimoniale dovuto alle differenze di ruolo che ciascuno dei coniugi aveva dentro la famiglia, di esse dovrà tenersi conto nella quantificazione dell’assegno.

Faccio un esempio: ove lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali fondate sul fatto che il coniuge abbia rinunziato ad un attività lavorativa per dare un aiuto all’interno della famiglia, o alla formazione del patrimonio  dell’altro coniuge, di ciò il giudice dovrà tenere conto.

Come si calcola, quindi, l’assegno di mantenimento?


È domanda frequente dei nostri assistiti quale sarà l’ammontare dell’assegno di mantenimento in sede di separazione o divorzio. E ciò sia se ci si trovi dinanzi il potenziale “coniuge alimentando” o quello tenuto a versare l’assegno.

Va subito detto che non esiste un criterio fisso ed immutabile alla luce del quale, inseriti i dati di partenza, con un algoritmo si potrà procedere a conoscere quale sarà la misura dell’assegno divorzile.

Gli indicatori, contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6, hanno certamente una funzione riequilibratrice dell’assegno ma, rivedendo il profilo soggettivo del richiedente, il giudice potrà verificare se i suoi mezzi economici sono adeguati secondo la legge. Questo è il compito non semplice del magistrato.

L’importanza dell’età

Il giudizio di adeguatezza va condotto anche in funzione dell’età del richiedente che è di indubbia importanza al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro.

Per concludere: il criterio individuato dalla sentenza a sezioni unite della Cassazione ha saggiamente ricondotto i Tribunali nazionali a non considerare archiviato il principio del “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio. Esso è uno dei criteri insieme agli altri contenuti nell’art 5 legge 898/1970 che consentirà per la sua l’elasticità al magistrato di adeguarsi alle fattispecie concrete.

Sento quindi di potere dire a tutti coloro i quali sono insorti contro la sentenza del maggio 2017, che aboliva il riferimento al “tenore di vita” richiamandosi al principio di autoresponsabilità: “non disperate, la Cassazione ha rimesso sul tavolo la questione riconducendola al vecchio principio”.

Hai delle domande sull’argomento trattato? Ti invito a scrivermi qui o a contattarmi per una consulenza.

Avv. Rosaria Petrolà

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