Facciamo luce sul DDL Pillon e sulle ragioni del NO

La legge 8 febbraio 2006 n. 54 ha ribaltato l’originario rapporto stabilito dal sistema precedente (art. 155 c.c. e art. 6 della legge sul divorzio). In queste norme si prevedeva che il tribunale potesse – “ove ritenuto utile all’interesse di minori” e anche in relazione alla loro età – disporre l’affidamento congiunto. Questo tuttavia era solo un’eccezione: la regola era l’affidamento monogenitoriale. Cosa è cambiato e cosa propone il tanto discusso DDL Pillon?

Con la legge citata il rapporto tra regola ed eccezione si è invertito: l’art 155 del Codice civile è stato modificato con la previsione che il giudice debba valutare prima di ogni cosa la possibilità che i figli restino affidati ad entrambi i genitori.

Fanno eccezione i casi in cui questo possa rivelarsi contrario all’interesse morale e materiale degli stessi, e che la responsabilità genitoriale (potestà) venga esercitata da entrambi.

Ora, sotto la spinta delle polemiche sollevate soprattutto dai padri, questi ultimi lamentano che ci sia una «violazione di fatto della legge 54/2006 sull’affido condiviso». Si afferma che sarebbe rimasta «solo un nome sulla carta» e che nella stragrande maggioranza dei casi ci si ritrovi di fronte a un affido che nei fatti è ancora esclusivo.

Esaminando i dati ISTAT, come può notarsi dal grafico sottostante, dal 2008 al 2015 la percentuale di figli minori affidati esclusivamente alla madre è progressivamente diminuita per fare posto all’affidamento condiviso. Frutto certamente delle legge n. 54/2006 che ha avuto il pregio di porre i padri in posizione paritetica rispetto alle madri.

I dati ISTAT 2017 ci dicono che l’affido condiviso riguarda il 94% dei casi e che l’affidamento alla madre è ormai residuale.

La nostra legge prevede, inoltre, che la casa coniugale sia assegnata con preferenza al genitore presso il quale vivono la maggior parte del tempo i minori. L’altro genitore, in questo caso, è tenuto a versare un assegno di mantenimento, anche detto “assegno perequativo indiretto”. Se desideri saperne di più sul calcolo dell’assegno divorzile, ne ho parlato qui.

Di cosa si occupa il DDL Pillon allora?

Il DDl Pillon – disegno di legge dell’omonimo senatore leghista – nasce dall’esigenza dei padri separati di vedere riconosciuti pari diritti riguardo il tempo da trascorrere con i propri figli minori.

Si occupa principalmente di quattro aspetti:

  1. Parità dei tempi di permanenza dei figli presso ciascun genitore (affido condiviso al 50%);
  2. Mantenimento diretto dei figli – basato su una cifra calcolata sui loro bisogni – e conseguente abolizione dell’assegno forfettario di mantenimento;
  3. Misure per contrastare la sindrome da alienazione parentale, anche detta PAS. Questa si verifica quando il figlio minore rifiuta qualsiasi forma di relazione con uno dei genitori.
  4. Introduzione della mediazione familiare obbligatoria prima del giudizio di divorzio. L’articolo 7 del DDL, infatti, stabilisce il ricorso obbligatorio a un mediatore per le coppie con figli che desiderano separarsi. Il suo ruolo sarà quello di aiutarli a trovare un accordo favorevole per i minori.

Ritengo l’attuale Disegno di legge inadeguato a porre fine alle dispute in materia e soprattutto teso a distorcere il senso del cosiddetto affido condiviso.

Cos’è per la nostra legge l’affido condiviso?

L’affidamento condiviso è la regola del nostro ordinamento che disciplina l’affidamento dei figli a seguito della cessazione della relazione affettiva e quindi della convivenza tra i genitori.

Regolato oggi dall’art 337 ter c.c. e modificato dalla successiva legge 154/2013, prevede:

  • L’esercizio effettivo della responsabilità genitoriale da parte di entrambi i genitori;
  • La partecipazione di entrambii genitori alla cura e all’educazione dei figli;
  • La necessità di prendere insieme le decisioni di maggiore interesse per i minori (ad esempio quelle relative alla scuola, alla salute e alle scelte educative).

In caso di disaccordo sulle questioni di maggiore interesse, le parti dovranno rivolgersi al giudice. Per tutto ciò che riguarda l’ordinaria amministrazione, invece, il giudice ha la libertà di disporre che i genitori possano prendere delle decisioni separatamente.

Chi si occupa di questioni di famiglia sa bene che la gran parte dei padri separati non è disponibile alla divisione al 50% dei tempi di permanenza.

Si lamenta da più parti, ma soprattutto da parte dei padri separati, che di fatto l’affido condiviso è rimasto disapplicato per fare posto ad una forma di affido esclusivo mascherato dal prevalente collocamento dei figli presso la residenza materna.

Perché il DDL PILLON non rappresenta la soluzione

Dalle premesse fatte, e fermo restando che continuando ad applicare la legge in materia di affido in questo modo si finisce per snaturarla, il DDL PILLON non rappresenta certamente la soluzione.
Vediamo perché.

1° aspetto: parità dei tempi di permanenza

Va subito detto che è malsana l’idea di dividere a metà i tempi di permanenza dei figli minori così come dice il testo del disegno di legge che modifica l’art 337 ter c.c.

“(…) Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore (…).

Come avrai compreso, il testo del DDL esprime la pretesa di dividere fisicamente il bambino a metà, quasi come la spada del re Salomone di fronte alle due madri che dicono di averlo partorito.

È ovvio che una misura del genere fa la ragione dei genitori più che dei figli. Non ci si pone minimamente il problema del disagio che vivrebbe il figlio nel dovere avere due case e due residenze.

Credo che la norma che tutela i padri o il genitore emarginato sia già contenuta nell’attuale legge (art. 337 ter c.c.) laddove dice che:

“Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’articolo 337-bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli.”

Qual è, dunque, la necessità di tagliare a metà i tempi se il giudice ha la facoltà modulare il provvedimento di affidamento e i tempi di permanenza, valutando caso per caso? Il magistrato potrà lasciare spazio, infatti, di volta in volta, alle richieste delle parti e alle difficoltà inerenti al lavoro o alle loro altre attività. Sarà un lavoro eseguito su misura, così come fa un sarto con un abito.

È questa la domanda che matrimonialisti, psicologi ed educatori, che sfogliano di giorno in giorno le carte che affollano le proprie scrivanie, si pongono. Ritengo quindi che questa norma vada lasciata assolutamente intoccata.

2° aspetto: mantenimento diretto

Il secondo aspetto riguarda il mantenimento diretto dei figli e l’abolizione dell’assegno forfettario di mantenimento.

In questo caso la modifica viene eseguita all’art 337 ter c. c.
Questo prevede che “… il giudice, “sentite le parti (…) fissa altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli, applicando in ogni caso il mantenimento diretto: (…) Il giudice stabilisce, ove strettamente necessario e solo in via residuale, la corresponsione a carico di uno dei genitori, di un assegno periodico per un tempo determinato in favore dell’altro a titolo di contributo al mantenimento del figlio minore.

Anche su detto punto si è alzata una levata di scudi. Si è osservato da più parti che una simile norma è discriminatoria. Perché? Muove da un punto di partenza errato e cioè che entrambi i coniugi abbiano un’attività lavorativa. Cosa, come è noto, non vera.

Cosa dicono le statistiche

Nel 40% delle separazioni è previsto un assegno per la moglie, solo per lei o anche per i figli. Nel 30% delle separazioni non è previsto alcun assegno per la moglie. Inoltre, per il 30% delle separazioni è previsto un assegno (a titolo di contributo ordinario) solo per i figli, in genere versato dal padre.

Si tratta si percentuali abbastanza stabili nel tempo, che non hanno subito negli ultimi anni variazioni di rilievo.

La quota di separazioni in cui la casa coniugale è assegnata alla moglie è di circa il 70%.

Discriminazione sociale e regressione della condizione della donna

Non esistono statistiche sull’entità degli eventuali redditi a disposizione delle donne che ogni anno si separano e alle quali viene riconosciuto l’assegno di mantenimento. Impossibile affermare, dunque, quante di queste donne si vedranno confermato l’assegno divorzile e quante no.

È noto, però, che il tasso di occupazione femminile è più basso di quello dell’uomo e che sussistono differenze rilevanti di salario e stipendio tra uomini e donne.

Va da sé che applicando alla lettera la metà dei tempi di permanenza e abolendo il mantenimento (indiretto) del coniuge che lavora (che nella maggior parte dei casi è il padre) nei confronti della genitrice presso la quale vivono i figli, significa realizzare una profonda discriminazione sociale e fare regredire di almeno mezzo secolo la condizione delle donne.

Anche tale secondo punto è quindi del tutto disapprovato.

3° aspetto: le misure per contrastare la sindrome da alienazione parentale (PAS)

La PAS – letteralmente sindrome da alienazione genitoriale – è una patologia secondo la quale un genitore (alienante) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato).

Avviene una sorta di “programmazione” dei figli da parte di un genitore patologico. Immaginate un lavaggio del cervello che porta i ragazzi a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore. Una situazione del genere, nel tempo, distruggerà la relazione fra i minori e il genitore alienato. Nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore messo in cattiva luce, non vogliono più frequentarlo, fino ad avere paura di parlare per timore di dire qualcosa di non gradito al genitore alienante.

La soluzione proposta nel DDL

Per contrastare questo fenomeno, il DDL Pillon suggerisce che il giudice abbia il potere di ordinare al genitore alienante la cessazione della condotta pregiudizievole, con facoltà di:

  • disporre con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale;
  • cambiare la residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore (quello alienato) ricollocandola in forma provvisoria presso un’apposita struttura specializzata.

La misura è drastica e ritengo sia uno di quei casi per i quali il rimedio proposto è peggiore del male.

I figli non sono pacchi, è impensabile che dall’oggi al domani possano cambiare la propria residenza a meno che non si verifichi qualcosa di grave.

Penso a quando si fa strada l’ipotesi di comportamenti che mettono in serio pericolo l’incolumità del minore. In questi casi, lo ricordo, esistono già alcune misure disciplinari, come l’allontanamento o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal minore sia in campo civilistico che in quello penale.

4° aspetto: mediazione civile obbligatoria

Resta da esaminare, e per quanto mi riguarda stigmatizzare, il quarto punto. Tra le altre misure che il DDL Pillon vorrebbe introdurre vi è la cosiddetta mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui sono coinvolti i figli minorenni.

Come è noto la mediazione obbligatoria è già legge in Italia per la risoluzione di alcune controversie. L’obbligo non è mai stato previsto per ciò che riguarda separazione e divorzio. Il DDL PIllon vorrebbe includere anche queste tematiche.

Rendere obbligatorio qualcosa, che per sua natura deve essere sentito come spontaneo, è fin dall’inizio un’idea destinata a fallire.

Mai entrare nel personale

Gli studi che si occupano di diritto di famiglia, lo abbiamo più volte sottolineato, devono stare sempre un passo indietro rispetto alle vicende personali trattate.

L’avvocato deve sempre, prima di offrire il proprio parere o contributo, accertarsi che la strada intrapresa dal cliente sia quella veramente cercata e voluta. Non si può rischiare di trascinarlo su una strada che non è ancora certo di volere intraprendere.

Se ciò è vero, si comprende quanto sia sbagliato pretendere di rendere obbligatoria una mediazione. Solo chi desidera separarsi può valutare se ha ancora la volontà di trovare un accordo.

Probabilmente sarebbe più opportuno parlare di obbligatorietà del tentativo di mediazione. Intendo dire che si potrebbe imporre ai coniugi di tentare, comparendo davanti al mediatore, un accordo sulla loro separazione. Quest’ultima, però, non dovrà diventare la condizione per iniziare la causa di separazione.

Attualmente il DDL Pillon, che i più volenterosi potranno consultare cliccando qui è all’esame del Senato ma non è un priorità assoluta. Va però detto che il senatore estensore ha dato disponibilità all’ascolto delle proposte da parte delle varie associazioni tra le quali l’AMI, di cui il mio studio fa parte.

Vi Informerò su ciò che accadrà In Senato. Nel frattempo resto disponibile ad eventuali richieste di chiarimenti e /o proposte rispetto al testo attualmente all’esame, che su ho allegato.

Avv. Rosaria Petrolà

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